La vittoria di Trump e la disfatta del giornalismo

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Finchè il giornalismo non abbandonerà le analisi distaccate da scrivania per tornare ad affondare le sue antenne nella realtà delle classi sociali più deboli e finchè una certa sinistra non tornerà a difendere gli interessi dei poveri e delle vittime del sistema, sorprese come quella di Trump nuovo presidente degli Stati Uniti o della Brexit in Gran Bretagna continueranno a verificarsi. Un fenomeno frutto di un legame troppo stretto tra giornalismo ed establishment che porta a non avere uno sguardo critico sugli eventi. Se in pochi avevano previsto la vittoria di Trump molto dipende da quel giornalismo a cui piace guardare a quello che spera e  a quello che sogna, e non a ciò che realmente avviene negli strati più bassi della società.   Il fatto che l’unica star americana di ispirazione progressista a prevedere la vittoria di Trump sia stato il regista Michel Moore che conosce bene quella classe operaia che ha voltato le spalle alla Clinton, dovrebbe preoccupare soprattutto noi giornalisti. Non svolgiamo più quella funzione di watch-dog, cane da guardia del sistema, che il giornalismo dovrebbe avere e questi sono i risultati.
Se leggete il blog del corrispondente de la Repubblica Federico Rampini e altri giornalisti inviati negli Stati Uniti scoprirete che quasi tutti indicano il problema (il giornalismo ha fatto l’ennesimo buco nell’acqua) ma non fanno ancora autocritica. Temo sia solo questione di tempo

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