Una zuppa di plastica al centro del Mediterraneo

 Il primo articolo scientifico che metteva in guardia dai pericoli della plastica in mare è del 1972. Quando fu pubblicato erano trascorsi appena 15 anni dalla nascita, grazie all’impulso del premio Nobel Giulio Natta, dei primi prodotti in Moplen ma il mondo era già pronto a mettere la testa sotto la sabbia senza domandarsi che fine avrebbero fatto quei manufatti di fatto indistruttibili. Da quei primi oggetti pubblicizzati dai caroselli di Gino Bramieri ad oggi l’industria è arrivata a sfornare in tutto il mondo oltre 300 milioni di tonnellate di plastica all’anno.

Adesso la plastica è dappertutto, circondando il nostro spazio vitale con le forme più diverse, non solo oggetti veri e propri ma anche confezioni, rivestimenti, fibre, imbottiture, vernici e via elencando. Per capire la dimensione del problema è bene fare due conti tenendo conto che la plastica non è solo difficilmente degradabile ma avendo un basso peso specifico ha un volume maggiore di tanti altri materiali. Il risultato per forza di cose approssimativo è sconcertante. Basti pensare che ogni 3-4 anni immettiamo nell’ambiente che ci circonda un miliardo di tonnellate. Difficile immaginare qualcosa sul pianeta terra che possa darci un’idea di grandezza di un ammasso di plastica che supera (probabilmente di molto) i dieci miliardi di tonnellate. Una quantità enorme di oggetti in parte ancora utilizzati, in buona parte no, perché se l’essere quasi indistruttibile è certamente un vantaggio, l’industria il commercio e le mode hanno bisogno di prodotti sempre nuovi e innovativi. Senza contare che una gran parte degli oggetti in plastica di uso quotidiano come bottiglie, piatti, posate e bicchieri nascono proprio con l’obbiettivo di essere utilizzati una volta sola.

La plastica ha certamente reso il nostro mondo più comodo, più elastico, più leggero e in definitiva più veloce ma adesso non sappiamo più dove metterla. Per decenni l’abbiamo sepolta assieme all’immondizia e ne abbiamo bruciata tanta ma come mi ha spiegato Stefano Aliani dell’Ismar- Cnr durante le riprese di Mare da salvare, comunque i conti non tornano ed essendo il mondo sommerso la più comoda delle discariche, una buona parte potrebbe essere lì, sui fondali di tutto il pianeta.

Che ci sia è certo, quale sia il quantitativo e cosa si possa fare per risolvere questo gigantesco problema non è ancora chiaro. Soprattutto perché pur essendo indistruttibile e non facilmente smaltibile la plastica può degradarsi riducendosi in frammenti millimetrici e trasformandosi in quelle che comunemente vengono chiamate microplastiche. Solo una busta di plastica strappata e consumata dal mare può generare migliaia di frammenti poco visibili che rimanendo a galla diventano assieme al plancton parte integrante dello strato superficiale del mare.

Tuttavia queste microplastiche non provengono solo dalla degradazione degli oggetti macro ma sono anche il frutto di produzioni ad hoc. Come i cosiddetti pellet, palline di polipropilene e polietilene grandi  un paio di millimetri che rappresentano la materia prima di ogni oggetto di plastica o come i granuli micrometrici (un micron o micrometro è un millesimo di millimetro) utilizzati dai produttori di cosmetici e detersivi per rendere più efficace la pulizia della pelle e delle superfici di bagni e cucine. Mentre i primi non è difficile trovarli mescolati ai granelli della sabbia, i secondi che per essere precisi appartengono alla categoria delle nanoplastiche essendo molto più piccoli di un millimetro, sono osservabili solo al microscopio.

Tutto questo non può non avere alla lunga un impatto sulle nostre vite e sulla nostra salute. Sappiamo che tracce di plastica sono state trovate in diversi alimenti ma le ricerche per capire quanto facciano male alla salute sono ancora in corso. Quello che gli scienziati hanno già scoperto è che numerose creature del mare già si nutrono di plastica. All’università di Exeter in Gran Bretagna hanno filmato un piccolo crostaceo che ingerisce particelle di polimeri mentre nel laboratorio di Tricase dell’Università del Salento due giovani ricercatori hanno trovato in mare e poi filmato al microscopio due microrganismi che vivono in simbiosi con pezzi di plastica assorbendone i componenti. Un gruppo di ricerca della California ha invece verificato che le alici ignorano la plastica appena finita in acqua mentre non fanno le schizzinose davanti a frammenti lasciati a bagno per più di venti giorni. Sembra che la patina al sapore di mare che giorno dopo giorno riveste tutto ciò che finisce in acqua sia sufficiente ad ingannare le povere alici del Pacifico.

Liberare i fondali marini e le spiagge dalle microplastiche sembra un’impresa impossibile. E forse lo è. Qualcosa però si può fare sia nel proprio piccolo assumendo comportamenti sempre più rispettosi dell’ambiente sia sviluppando azioni di pressione nei confronti delle imprese che alimentano la filiera delle micro e della nanoplastiche. Come abbiamo visto per l’olio di palma ritenuto aterogeno e causa indiretta di quei giganteschi incendi nel sud est asiatico che hanno contribuito non poco all’effetto serra i consumatori hanno un potere enorme. L’importante è che gli sia garantito il diritto di conoscere cosa c’è dietro un processo di produzione e nel caso delle plastiche qual è il rischio che corre il pianeta. Finora delle microplastiche se ne è parlato pochissimo, adesso che anche il mondo dell’informazione le ha scoperte forse qualcosa potrebbe iniziare a cambiare.

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