IN VIAGGIO COL PAESOLOGO

Protagonista principale di Fuga dalla città è il poeta Franco Arminio. Va detto subito che Arminio è una persona generosa e facendo i salti mortali tra un evento già programmato e l’altro mi ha dedicato ben sei giorni.  Doveva essere un’intervista dentro e attorno a Bisaccia, il paese dell’Irpinia dove è nato e dove abita, ma è diventato un viaggio che in meno di una settimana ha toccato a volo d’uccello sei paesi, uno per regione: Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Veneto e Marche. Sei giorni di considerazioni e idee su come ripopolare le aree interne che il poeta sforna a getto continuo.

E poichè ogni paese ha una storia a se, ogni luogo è stata occasione per formulare idee e suggerire comportamenti diversi dai precedenti. Probabilmente leggendo il precedente blog avrete già ascoltato il brano di Arminio che ho intitolato Vai a trovare il vecchio zio nel quale il poeta invita a perdersi per i paesi dell’interno andando a visitare anche quelli che non hanno nulla di particolare da offrire al turista. Come nel caso di Montaguto, paesino arroccato a guardia della vecchia statale delle Puglie che se passi da quelle parti sei quasi costretto a visitare a causa delle interruzioni provocate da una storica frana. Arminio lo chiama “turismo compassionevole”, visite che rianimano il paese e che risvegliano con un sorriso, una chiacchiera e un caffè, preso nell’unico bar aperto, le 200 persone che ancora lo abitano tutto l’anno. Per questo Arminio dice di fare visita a questi paesi allo stesso modo di quella che ognuno di noi farebbe ad un vecchio zio malato.

Con lo stesso spirito siamo andati in Aspromonte. Un viaggio di una giornata, con andata e ritorno a Reggio Calabria. Prima tappa a Roccaforte del Greco dove scopriamo che dal duemila in poi i suoi abitanti si sono ridotti da 1200 che erano a poco più di un terzo.  Destinazione finale a Roghudi, paese abbandonato dell’Aspromonte costruito sul crinale della montagna alla biforcazione di due fiumare. Adesso i torrenti sono sotto alveo, con l’acqua che scorre sotto le pietre ma quando arrivano le grandi piogge qui viene giù il finimondo e tutto il letto della fiumara si riempie di acqua impazzita. E Roghudi diventa come la prua di una barca in mezzo alla tempesta. Un alluvione dietro l’altro e il paese, all’inizio degli anni settanta, è stato considerato irrecuperabile. Quindi abbandonato e poi dimenticato dai suoi stessi abitanti che adesso vivono lungo la costa in un ammasso di parallelepipedi di cemento a cui hanno dato il nome di Roghudi Nuovo. Per fare visita al paese vecchio occorre viaggiare in auto più di un’ora lungo una strada impossibile: buche, curve, brecciolino e frane. Qui il cartello “caduta massi” non è l’avviso di un probabile pericolo ma la constatazione di uno stato di fatto. Anche se la strada fosse nuova il viaggio tra queste due entità -una bella e abbandonata, l’altra brutta e triste- non lo fa quasi più nessuno.  Neanche il restauro della chiesa, costato allo stato 450mila euro, è servito a riportare un po’ di vita quassù. Il miracolo non è avvenuto, speriamo che almeno i soldi siano finiti tutti nelle tasche giuste. Tuttavia l’arrivo a Roghudi è emozionante e azzittisce ogni interrogativo

Le ultime due tappe le abbiamo fatte tra una lettura di poesie a Vicenza e l’invito a presenziare ad un convegno nelle Marche. Una galoppata in macchina per consentire ad Arminio di rispettare gli impegni. Il primo paese che abbiamo visitato è Cibiana, una località di montagna ad una manciata di chilometri da Cortina rimasta fuori dai circuiti turistici perché si trova in una vallata marginale. Oltre ad una cornice di montagne mozzafiato che vanno dal Pelmo all’Antelao, due le attrazioni: il Museo della montagna dell’alpinista Rainold Messner e i murales dipinti sulle case del nucleo storico del paese che ne raccontano la storia segnata dall’emigrazione. Per la seconda volta Cibiana ha eletto sindaco un forestiero, prima una donna e poi un uomo venuti a vivere quassù senza esserci nati. La popolazione è stabilmente sotto le 400 persone e forse confida che chi viene da fuori abbia la ricetta giusta per il ripopolamento. In realtà non è facile invertire la rotta perchè a pochi chilometri da Cibiana lungo l’autostrada che porta a Venezia c’è il cuore pulsante del ricco nord-est dove i punti di attrazione sono tantissimi. E allora cosa fare? L’importante -dice Arminio- è non dimenticare che paesi anche piccoli come Cibiana sono parti di un unico organismo, se una si ammala anche le altre ne risentono.

Scrivevo poc’anzi che Arminio sforna idee a getto continuo. Da buon osservatore il paesologo guarda, riflette e propone. Proprio per questo il ministro per il Sud e la Coesione Territoriale Giuseppe Provenzano lo ha nominato suo consigliere per le aree interne. Il problema è che il paesologo ha i suoi tempi, il politico tempi completamente diversi. Il politico si nutre di mordi e fuggi, il poeta abborrisce la fretta e predilige la lentezza. Temo che siano due mondi che non riescono ad incontrarsi facilmente. Eppure Franco Arminio di idee di buon senso ne ha tante, anche non troppo difficili da mettere in pratica

Tra le tante idee ce n’è una che a me è piaciuta molto. È riassumibile con il titolo “sfogliamo la storia di un paese”, in pratica si tratta di associare, attraverso una piccola targa in pexiglas, un volto e un nome a tutte le porte chiuse che si incontrano passeggiando per un paese dell’Italia interna. Qui viveva Tizio, là abitava Caio. Uno è finito in Sudamerica e la famiglia ha fatto fortuna lontano dall’Italia, l’altro è morto in una miniera di carbone in Belgio. Una guida turistica dei piccoli paesi raccontata attraverso le fortune e i fallimenti di chi è emigrato

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