NELLE MARCHE, DOVE è POSSIBILE FUGGIRE DALLA CITTÀ

Qualcuno vedendo Fuga dalla città, il mio prossimo reportage che andrà in onda domenica 15/11/2020 alle 22.50 su Raiuno, si domanderà perché tutte queste storie marchigiane in un documentario dedicato alla vita fuori città. Ebbene, il discorso è semplice. I dati scientifici non li ho nemmeno cercati perché rischiano di essere troppo vecchi rispetto a quanto è avvenuto nel 2020 dominato dal Coronavirus ma il dato empirico, quello che è frutto dell’osservazione di una regione che conosco molto bene, ci dice che nelle Marche chi fugge dalla città o dalle grandi conurbazioni che si trovano nel Norditalia, può trovare spazio per costruirsi una nuova vita.

Un fenomeno che per quel che ho potuto vedere inizia ad essere diffuso soprattutto nella zona dei Monti Sibillini dove se non fosse per la ricostruzione post-terremoto che avanza come una lumaca hanno aperto molte aziende dedicate al turismo rurale e sostenibile.

Per gran parte di questo viaggio nelle aree interne marchigiane mi ha accompagnato Bruno Garbini, fino a vent’anni fa allevatore e trasformatore di pollame che dopo aver venduto l’azienda di famiglia ha dedicato tutte le sue energie alla formazione di una nuova cultura agricola, basata sulla rigenerazione e la conservazione dell’ambiente.

È stato un viaggio molto interessante che è iniziato nella valle di San Clemente dove ha sede l’Abbazia di Sant’Urbano, un complesso monastico nato poco dopo l’anno mille che è stato ristrutturato da Enrico Loccioni, un imprenditore hi-tech che esporta in tutto il mondo apparecchi di misura per testare prodotti industriali e che ha l’azienda tra i colli di Jesi. L’aspetto curioso è che Bruno Garbini ed Enrico Loccioni con un altro famoso imprenditore, il leader del pollo bio Giovanni Fileni, sono tutti e tre nati nelle case coloniche disseminate attorno a Sant’Urbano. Insieme hanno dato vita ad Arca, un’azienda benefit che dà supporto e consulenza a quegli imprenditori agricoli che si sono convinti della necessità di tornare ad un’agricoltura rigenerativa e conservativa. L’esatto contrario delle aziende agricole che le politiche europee e nazionali hanno incentivato dagli anni sessanta ad oggi e che hanno fatto largo uso di prodotti chimici. L’abbazia di Sant’Urbano è un po’ il simbolo di questa aria nuova che si inizia a respirare nelle aree interne delle Marche dove si moltiplicano le famiglie anche giovani che scelgono di andare a ripopolare borghi e cittadine provando a vivere dei prodotti della terra.

Un fenomeno a macchia di leopardo che per crescere andrebbe spinto dalla mano pubblica, con investimenti non solo nella  banda larga e nelle solite strade ma anche in trasporti pubblici, servizi, scuola e sanità. Nelle Marche la terra ha fatto da ammortizzatore sociale alla crisi dell’elettrodomestico che ha spazzato via in pochi anni migliaia di posti di lavoro e quindi le potenzialità nel medio periodo per ripopolare le campagne sarebbero molto alte. Basterebbe crederci. Senza l’agricoltura in certi paesi attorno a Fabriano, la capitale marchigiana dell’elettrodomestico, la crisi sarebbe stata insostenibile. E invece spinta dal vento dei consumi di prodotti organici e sostenibili, in agricoltura c’è ancora tantissimo spazio per creare, per innovare o per produrre cibo tradizionale in maniera sostenibile.

Nelle Marche non c’è solo la possibilità di creare distretti di agricoltura di qualità ma può essere un territorio accogliente per l’impresa del futuro quella sostenibile e che possibilmente né inquina nè fa rumore. Tutto il contrario della fabbrica che negli anni sessanta contribuì alla nascita della figura del metal-mezzadro, l’operaio che veniva dalla terra e che ha contribuito al suo spopolamento. Un processo che si potrebbe provare ad invertire proprio iniettando (a proposito di pandemie) bacilli di imprese del futuro tra le dolci colline marchigiane bacilli di un’impresa del futuro che vive su internet e in perenne smart working. Un’iniezione del futuro è già avvenuta tra i colli di Jesi. Entrare nei fabbricati della Loccioni è come entrare in una luna park per ingegneri dove il lavoro (che tuttavia non è mai divertimento) non è né standardizzato né ripetitivo. Si lavora in team e per obbiettivi. E dove le diverse aree di quella che una volta era la fabbrica si raggiungono in bicicletta. Due modi di concepire il lavoro, quello della terra e quello nell’impresa manifatturiera, che cerca di restare sempre in sintonia col territorio. Parlare di Modello Marche è difficile anche perché nella politica locale di figure capaci di guidare questi territori verso il futuro non se ne vedono. Ma questo è un problema relativo, perché nelle Marche come altrove il paese reale è molto più avanti della classe politica che dovrebbe guidarlo

 

 

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